vassoio no gluten free
“Giuvino’, facite prima a mmurì!”, ovvero quando la celiachia diventa simpatica!

Ci sono situazioni in cui ci troviamo protagonisti a causa della nostra celiachia; situazioni in cui a volte ce la prendiamo un po’ altre invece ci viene da ridere e le archiviamo come episodi simpatici e nulla più. E’ il caso di qualche anno fa durante un viaggio di lavoro a Napoli alla Fiera d’Oltremare a Fuorigrotta. Un evento con migliaia di visitatori che all’ora di pranzo si accalcavano alla mensa allestita per l’occasione; con un catering che si occupava di servire i clienti i quali avevano a disposizione varie possibilità di primi, secondi, contorni, dolci, frutta. Insomma, niente di particolare, trattandosi di un pranzo durante un evento di lavoro per tutti ma comunque con una buona varietà di pietanze.

A guardarle, però, non avevo idea di cosa potesse essere senza glutine e cosa no. Alcune sicuramente non idonee per un celiaco (pasta, bruschette, dolci) ma su altre avevo bisogno di poter chiedere (secondi, risotto, verdure), soprattutto per conferma sulla contaminazione. Non mi andava di fare tutta la fila e magari trovarmi con il vassoio vuoto alla fine; chiedere ad uno dei camerieri indaffarati a servire, infilandomi nella fila, mi avrebbe fatto rischiare il linciaggio sia dai clienti che dai camerieri stessi; dunque non mi rimaneva che la signora alla cassa, alla fine della coda.

La cassiera era una bella signora napoletana, un po’ in carne, dal sorriso simpatico e riusciva a dare retta a tutti. Impegnata ma cordiale, non frenetica, una sorta di Sora Lella che ti comunica buon senso e familiarità. E proprio quel sorriso e l’atmosfera di cordialità in quell’angolo mi hanno tolto ogni dubbio e mi hanno convinto a provarci, saltando la coda e avvicinandomi a lei e dopo aver aspettato il momento opportuno, ho infilato la testa e e ho chiesto: “scusi signora, gentilmente, mi dice se c’è qualcosa senza glutine che posso mangiare anch’io? Sono celiaco!”

La signora ha alzato la testa verso di me continuando a fare le sue azioni ormai automatiche, mi ha guardato compassionevole e senza perdere il sorriso ha prontamente esclamato: “Eh, giuvino’, facit prima a mmurì!”. Ora, la frase in sè è pure forte, ma sarà stato il fatto che mi ha chiamato “giuvinò” (giovanotto), sarà stato il suo sguardo come una madre al figlio che vuole proteggere, io mi sono messo a ridere e sono andato via.

Non ho insistito, forse avrei potuto chiedere di più, magari di verificare se affettati, mozzarelle, frutta, verdure, risotti potessero essere non contaminati, magari chiederle di palare con qualche responsabile in cucina; chissà, forse qualcosa da mangiare in sicurezza l’avrei potuta anche ottenere. Ma mi è venuto da ridere a quella frase che ho davvero interpretato come un gesto di garanzia, quasi a consigliarmi di lasciar perdere e non fidarmi di suoi colleghi che in quella confusione avrebbero potuto crearmi danni seri. Una logica che spesso si riassume nel detto locale “con un si t’impicci e con un no ti spicci”, per non avere pensieri in quel caos e, come capita nella maggior parte dei casi di celiachia, per “evitare il problema”. Ma tant’è, la signora era davvero simpatica e per una volta mi sono divertito anch’io, senza drammatizzare troppo. Anche se, signò, a furia di restare col vassoio vuoto, è sicuro che “facimm prima a mmurì!” 🙂

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